I Dialoghi fotografici, come il precedente libro Dialoghi disegnativi, sono opere che permettono a me e agli altri di uscire dalla prospettiva limitata di un solo io individuale, per entrare in altri io diversi per vedere ciò che non ha parole, attraverso una combinatoria di immagini. Con chi dialogo cerco qualcosa di nascosto, potenziale, invisibile di cui seguo le tracce dalle superfici, dove emerge il profondo. Le immagini, fotografie o disegni, collegano le tracce visibili alle tracce invisibili, alle cose assenti, alle cose desiderate, come un ponte di fortuna gettato sul vuoto. Il dialogo visivo crea con due immagini affiancate, un’immagine di mezzo, un vuoto, che offre una situazione limite, poiché essa è contemporaneamente condizione e nascita di ogni immagine e immagine al limite dell’irrappresentabile, cosa che la rende paradossalmente un’immagine fondatrice di ogni possibile pensiero immaginario che ha differenti valori affettivi in chi guarda, poi proiettati sullo spazio. Il proprio vuoto l’individuo può disporlo più facilmente della propria consistenza, allungandosi e ramificandosi; e più vuoto uno ha a disposizione, più può fare o guardare nel suo mondo immaginario. The Potographic dialogues, as my previous book Dialogues while drawing, are works of art that allow me and the others to leave the limited perspective of an individual self, to enter different selves and see what does not have words, throught a combination of images. With whom I have this dialogue I look for something hidden, potential, invisible whose traces I follow from the surface, where the deep rises. The images, the photos or the drawings connect the visible traces to the invisible ones, to absent things, to desired things, as a fortunate bridge stretching on the void. The visual dialogue creates, by matching two images, a central image, a void offering a border line situation. It is both condition and and birth of every image and an image that can be almost irrepresentable. This paradoxically make it an image able to create any possible imaginary thought having several affective values according to the viever, then projected on the space. The individual can place his hown emptiness more easily than his own matter, stretching out and branching out, and the more emptiness one owns the more he can make or look at his imaginary world.

I Dialoghi fotografici, come il precedente libro Dialoghi disegnativi, sono opere che permettono a me e agli altri di uscire dalla prospettiva limitata di un solo io individuale, per entrare in altri io diversi per vedere ciò che non ha parole, attraverso una combinatoria di immagini. Con chi dialogo cerco qualcosa di nascosto, potenziale, invisibile di cui seguo le tracce dalle superfici, dove emerge il profondo. Le immagini, fotografie o disegni, collegano le tracce visibili alle tracce invisibili, alle cose assenti, alle cose desiderate, come un ponte di fortuna gettato sul vuoto. Il dialogo visivo crea con due immagini affiancate, un’immagine di mezzo, un vuoto, che offre una situazione limite, poiché essa è contemporaneamente condizione e nascita di ogni immagine e immagine al limite dell’irrappresentabile, cosa che la rende paradossalmente un’immagine fondatrice di ogni possibile pensiero immaginario che ha differenti valori affettivi in chi guarda, poi proiettati sullo spazio. Il proprio vuoto l’individuo può disporlo più facilmente della propria consistenza, allungandosi e ramificandosi; e più vuoto uno ha a disposizione, più può fare o guardare nel suo mondo immaginario.

The Potographic dialogues, as my previous book Dialogues while drawing,
are works of art that allow me and the others to leave the limited perspective of an individual self, to enter different selves and see what does not have words, throught a combination of images. With whom I have this dialogue I look for something hidden, potential, invisible whose traces I follow from the surface, where the deep rises. The images, the photos or the drawings connect the visible traces to the invisible ones, to absent things, to desired things, as a fortunate bridge stretching on the void. The visual dialogue creates, by matching two images, a central image, a void offering a border line situation. It is both condition and and birth of every image and an image that can be almost irrepresentable. This paradoxically make it an image able to create any possible imaginary thought having several affective values according to the viever, then projected on the space. The individual can place his hown emptiness more easily than his own matter, stretching out and branching out, and the more emptiness one owns the more he can make or look at his imaginary world.

Enfance was born to remember us the faculty of “bringing visions into focus with our eyes shut”, as we did in a remote time, still fruitful and alive, when thinking in terms of images was more spontaneous. It was a “possible pedagogy of the imagination that would accustom us to control our own inner vision without suffocating it or letting it fall (…) into confused, ephemeral daydreams, but would enable the images to crystallize into a well-defined, memorable, and self-sufficient form, the icastic form.” (Excerpts from Italo Calvino, Six Memos for the Next Millennium: Visibility, 1985–1986).

Dialoghi disegnativi nasce dopo un preludio, durato due anni, in cui ho disegnato (liberamente) su carta, tela e legno, ricercando in me stesso le origini, con uno scavo nell’essere, creativo o distruttivo che fosse. Ad un certo punto, nonostante la fine di questo viaggio fosse incompiuta, ho capito che l’avrei compiuto per sempre, così mi sono spinto verso un dialogo oggettivo. Ho avuto incontri nei luoghi più disparati, con artisti ma non solo. Ogni volta mi esprimevo a china, l’altro rispondeva a matita, poi giravamo pagina… di un libro bianco preparato appositamente. L’evento dialogico è durato un anno e mezzo. Dopo tutti gli incontri ho avuto prova che il dialogo, per la contemporaneità, è la cosa più importante, senza il quale l’estetica, ad esempio, (appiattendosi sempre di più per mancanza di sentimenti e idee) muore. Drawn dialogues was born after a two-year prelude during which I (freely) drew on paper, canvas and wood, searching for origins within myself in an excavation of my very being, creative or destructive as it might be.  At a certain point, with the ultimate goal of this journey yet to be reached, I realised that I would have continued forever and so I forced myself towards an objective dialogue.   I have had encounters in the most disparate places, with artists and otherwise.  Every time I expressed myself in ink, the other replied in pencil, then we’d turn the page… of an empty book prepared for the purpose. The dialogue/event lasted a year and a half.   The encounters left me with proof that dialogue, for contemporaneity, is the most important thing, without which aesthetics, for example, (ever flatter due to a lack of sentiments and ideas) dies.