Agnelli ha paura e paga la questura. I documenti dello spionaggio e della corruzione FIAT.

L’opera di osservazione e divulgazione dei giornali di controinformazione, tra i quali Lotta Continua, fu fondamentale per rendere pubblica la vicenda relativa alle “schedature Fiat” e i casi di corruzione di pubblici ufficiali, nel generale silenzio della stampa dell’epoca. Funzionari della Fiat alle dipendenze dell’ex colonnello Mario Cellerino tennero un archivio segreto per più di vent’anni: 26 volumi, 354.077 “schede” per spiare gli orientamenti politici, ideologici e la vita intima di uomini e donne, prima di deciderne l’assunzione o la destinazione. L’attività di spionaggio fu resa possibile dalla corruzione di poliziotti e carabinieri compiacenti che fornirono informazioni sul privato di migliaia di cittadini. La miccia: Caterino Ceresa. Lo scandalo esplose quasi per caso. Il 24 settembre 1970 Caterino Ceresa, un dipendente Fiat, citò in giudizio la società davanti alla Sezione lavoro della Pretura di Torino perché venisse dichiarato illegittimo il suo licenziamento. Ceresa fu licenziato in tronco dalla sua occupazione di “semplice fattorino”, ma ritenne illegittimo il provvedimento perché le sue mansioni in realtà erano diverse: per anni aveva fatto la spia. Fin dalla sua assunzione aveva informato la Fiat con ampie relazioni scritte, compiendo approfondite indagini sulle “qualità morali, i trascorsi penali e la rispettabilità delle persone con le quali la società era o doveva entrare in relazione” e mostra come esempio alcune delle sue numerose “schede informative”. Ceresa perse la causa di lavoro ma, nell’ordinanza del pretore Angelo Converso, fu accertata la sua attività di spionaggio. Emerse che la Fiat aveva un ufficio chiamato “Servizi Generali”, ben diverso dal “Servizio Assunzioni”, con il compito di ricercare informazioni e compiere investigazioni private, anche grazie alla collaborazione di polizia e carabinieri. Scattano le indagini. Nel periodo delle ferie estive, con Torino vuota e gli uffici Fiat semideserti, il pretore Raffaele Guariniello a sorpresa si presentò all’ufficio Servizi Generali con un cancelliere, un maresciallo della Finanza e un vigile urbano per una perquisizione: saltò fuori un intero archivio di “schede” con notizie sulla vita privata di dipendenti Fiat o aspiranti tali, ma anche di politici o sindacalisti non legati all’azienda. C’erano poi fascicoli dettagliati con i nomi e il compenso annuo per i “collaboratori esterni”: una fitta rete di informatori appartenenti alla polizia, ai carabinieri e agli uffici comunali, che fornivano a Fiat informazioni riservate coperte dal segreto d’ufficio, dietro compensi in denaro. Tra questi, per esempio, il tenente Colonnello dei Carabinieri Enrico Stettermajer, capo del Sid in Piemonte. Le schede. L’inizio della schedatura risaliva al 1949, ma i fascicoli erano stati aggiornati e integrati anche anche dopo anni. Quali erano le informazioni ritenute utili dall’ufficio di Cellerino? Per esempio, C.E. nel 1954 era descritto come “ex partigiano, incensurato politicamente e penalmente, iscritto al Pci, attivista, è il propagandista più attivo dello stabile dove abita”. R.I. nel 1963 “è simpatizzante Pci. Reputazione: cattiva, è ritenuto dall’opinione pubblica un omosessuale”. Tra il 1967-71 le schedature aumentano e il linguaggio si adatta ai tempi. Nel 1968, F.V. fu schedato così: “Reputazione pessima; trattasi di capellone”. Nel ’70 per aggirare il divieto posto dallo Statuto dei lavoratori di effettuare indagini sulle opinioni politiche dei lavoratori, era usata l’espressione convenzionale “idoneo o non idoneo a lavori di carattere collettivo”. Si scoprirono schede anche sul conto di donne, dipendenti o parenti di schedati. A differenza degli uomini, a quasi tutte era riservato un giudizio sul comportamento morale-sessuale: C.M, 1949, “è nubile e madre di una bambina di quattro anni. Simpatizza per i partiti di sinistra. Conduce vita piuttosto libera”. La scheda di L.M., 1970, rende noto che sua madre è “passata a seconde nozze nel luglio scorso; durante la vedovanza ha lasciato desiderare per la condotta morale e civile, e ha avuto anche un aborto”. Le valutazioni “di facile comando” o analoghe riguardano solo le donne. Le spie forniscono dettagli precisi di vita quotidiana e mostrano di essere a conoscenza delle ricadute concrete della schedatura nelle scelte degli schedati: nel 1951 F.D. “è impiegata da alcuni anni alla Fiat, ha conosciuto il marito durante il periodo partigiano e sono entrambi comunisti. Il marito è impiegato all’Anpi di Torino, ma guadagna poco e viene mantenuto dalla moglie. Si ritiene che egli abbia abbandonato l’incarico nel timore che la propria moglie, incaricata presso la direzione generale della Fiat, potesse essere esonerata dall’impiego in conseguenza dell’attività politica da lui svolta nell’Anpi”. La remissione del processo. Già nel settembre del 1971 fu richiesto il trasferimento del processo per “motivi di ordine pubblico”, anche se a quell’epoca solo pochi giornali diedero la notizia dell’apertura del procedimento (il manifesto, l’Unità e Lotta Continua). In ogni caso, il procuratore generale chiese alla Cassazione la remissione del processo, in quanto “si profilano responsabilità a carico di un tenente colonnello dei carabinieri, di funzionari della polizia, oltre che dei massimi dirigenti della Fiat, con la probabilità di insorgenza di agitazioni di piazza e manifestazioni anche violente”. Il 3 dicembre la Corte di cassazione decise di spostare il procedimento a Napoli. Ciò favorì gli imputati, sottraendolo all’attenzione dei cittadini torinesi e creando numerosi ostacoli agli avvocati (3 avvocati di parte civile, 21 avvocati tra Torino, Napoli e Roma a difesa degli imputati), sia per vedere le schede, sia per seguire le udienze. La costituzione di parte civile. La vicenda della corruzione e schedature Fiat fu uno dei primi casi nei quali il tribunale permise non solo ai singoli lavoratori, ma anche ai sindacati di costituirsi parti civili nel processo, contribuendo a fornire ai giudici importanti elementi di prova. Interrogazioni parlamentari. Il 29 ottobre 1971 Lotta continua riportò la notizia di interrogazioni parlamentari presentate dal Pci, Mpl, Manifesto, Psi al sottosegretario e al ministro Donat-Cattin. Il governo rispose di non sapere niente. La città deve sapere. Il 13 novembre 1971 al teatro Alfieri tutte le diverse organizzazioni politiche e sindacali di Torino si riunirono in un’unica manifestazione sotto il drappo rosso: “La città deve sapere”. Anche se l’inchiesta era stata aperta diversi mesi prima c’è una forte omertà nei mezzi di comunicazione. La città, di fatto, fu ufficialmente informata dello scandalo quando il processo era stato già trasferito a Napoli. Lotta continua. Il giornale rese noti in una conferenza i primi nomi di poliziotti e carabinieri che figuravano sul libro-paga Fiat, sottolineando che non si trattava solo di spionaggio aziendale, ma di una sistematica corruzione di forze dell’ordine. Fu denunciato il silenzio degli organi di informazione sulla vicenda. Gli autori poterono contare su fonti interne tra i dipendenti Fiat, fonti giudiziarie e fonti politiche: riportarono anche la notizia di un “vertice” in agosto ad Antagnod, paesino della Val d’Aosta, tra il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, Giovanni Agnelli e il procuratore generale di Torino, Giovanni Colli. Le sentenze. Il 20 febbraio 1978 il processo a carico di 77 imputati si chiuse con sentenza del tribunale di Napoli: furono condannati quasi tutti gli imputati, corruttori e corrotti. L’11 luglio 1979 la corte d’appello di Napoli confermò la sentenza di primo grado, ma i reati furono quasi tutti estinti per prescrizione. Testo integrale: http://www.bibliotecamarxista.org/lottacontinua/agn_paura_e_paga_quest.htm

pp. 64; BW ills.; paperback. Publisher: Edizioni di Lotta Continua, 1972.

ID: 12057

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L’opera di osservazione e divulgazione dei giornali di controinformazione, tra i quali Lotta Continua, fu fondamentale per rendere pubblica la vicenda relativa alle “schedature Fiat” e i casi di corruzione di pubblici ufficiali, nel generale silenzio della stampa dell’epoca. Funzionari della Fiat alle dipendenze dell’ex colonnello Mario Cellerino tennero un archivio segreto per più di vent’anni: 26 volumi, 354.077 “schede” per spiare gli orientamenti politici, ideologici e la vita intima di uomini e donne, prima di deciderne l’assunzione o la destinazione. L’attività di spionaggio fu resa possibile dalla corruzione di poliziotti e carabinieri compiacenti che fornirono informazioni sul privato di migliaia di cittadini. La miccia: Caterino Ceresa. Lo scandalo esplose quasi per caso. Il 24 settembre 1970 Caterino Ceresa, un dipendente Fiat, citò in giudizio la società davanti alla Sezione lavoro della Pretura di Torino perché venisse dichiarato illegittimo il suo licenziamento. Ceresa fu licenziato in tronco dalla sua occupazione di “semplice fattorino”, ma ritenne illegittimo il provvedimento perché le sue mansioni in realtà erano diverse: per anni aveva fatto la spia. Fin dalla sua assunzione aveva informato la Fiat con ampie relazioni scritte, compiendo approfondite indagini sulle “qualità morali, i trascorsi penali e la rispettabilità delle persone con le quali la società era o doveva entrare in relazione” e mostra come esempio alcune delle sue numerose “schede informative”. Ceresa perse la causa di lavoro ma, nell’ordinanza del pretore Angelo Converso, fu accertata la sua attività di spionaggio. Emerse che la Fiat aveva un ufficio chiamato “Servizi Generali”, ben diverso dal “Servizio Assunzioni”, con il compito di ricercare informazioni e compiere investigazioni private, anche grazie alla collaborazione di polizia e carabinieri. Scattano le indagini. Nel periodo delle ferie estive, con Torino vuota e gli uffici Fiat semideserti, il pretore Raffaele Guariniello a sorpresa si presentò all’ufficio Servizi Generali con un cancelliere, un maresciallo della Finanza e un vigile urbano per una perquisizione: saltò fuori un intero archivio di “schede” con notizie sulla vita privata di dipendenti Fiat o aspiranti tali, ma anche di politici o sindacalisti non legati all’azienda. C’erano poi fascicoli dettagliati con i nomi e il compenso annuo per i “collaboratori esterni”: una fitta rete di informatori appartenenti alla polizia, ai carabinieri e agli uffici comunali, che fornivano a Fiat informazioni riservate coperte dal segreto d’ufficio, dietro compensi in denaro. Tra questi, per esempio, il tenente Colonnello dei Carabinieri Enrico Stettermajer, capo del Sid in Piemonte. Le schede. L’inizio della schedatura risaliva al 1949, ma i fascicoli erano stati aggiornati e integrati anche anche dopo anni. Quali erano le informazioni ritenute utili dall’ufficio di Cellerino? Per esempio, C.E. nel 1954 era descritto come “ex partigiano, incensurato politicamente e penalmente, iscritto al Pci, attivista, è il propagandista più attivo dello stabile dove abita”. R.I. nel 1963 “è simpatizzante Pci. Reputazione: cattiva, è ritenuto dall’opinione pubblica un omosessuale”. Tra il 1967-71 le schedature aumentano e il linguaggio si adatta ai tempi. Nel 1968, F.V. fu schedato così: “Reputazione pessima; trattasi di capellone”. Nel ’70 per aggirare il divieto posto dallo Statuto dei lavoratori di effettuare indagini sulle opinioni politiche dei lavoratori, era usata l’espressione convenzionale “idoneo o non idoneo a lavori di carattere collettivo”. Si scoprirono schede anche sul conto di donne, dipendenti o parenti di schedati. A differenza degli uomini, a quasi tutte era riservato un giudizio sul comportamento morale-sessuale: C.M, 1949, “è nubile e madre di una bambina di quattro anni. Simpatizza per i partiti di sinistra. Conduce vita piuttosto libera”. La scheda di L.M., 1970, rende noto che sua madre è “passata a seconde nozze nel luglio scorso; durante la vedovanza ha lasciato desiderare per la condotta morale e civile, e ha avuto anche un aborto”. Le valutazioni “di facile comando” o analoghe riguardano solo le donne. Le spie forniscono dettagli precisi di vita quotidiana e mostrano di essere a conoscenza delle ricadute concrete della schedatura nelle scelte degli schedati: nel 1951 F.D. “è impiegata da alcuni anni alla Fiat, ha conosciuto il marito durante il periodo partigiano e sono entrambi comunisti. Il marito è impiegato all’Anpi di Torino, ma guadagna poco e viene mantenuto dalla moglie. Si ritiene che egli abbia abbandonato l’incarico nel timore che la propria moglie, incaricata presso la direzione generale della Fiat, potesse essere esonerata dall’impiego in conseguenza dell’attività politica da lui svolta nell’Anpi”. La remissione del processo. Già nel settembre del 1971 fu richiesto il trasferimento del processo per “motivi di ordine pubblico”, anche se a quell’epoca solo pochi giornali diedero la notizia dell’apertura del procedimento (il manifesto, l’Unità e Lotta Continua). In ogni caso, il procuratore generale chiese alla Cassazione la remissione del processo, in quanto “si profilano responsabilità a carico di un tenente colonnello dei carabinieri, di funzionari della polizia, oltre che dei massimi dirigenti della Fiat, con la probabilità di insorgenza di agitazioni di piazza e manifestazioni anche violente”. Il 3 dicembre la Corte di cassazione decise di spostare il procedimento a Napoli. Ciò favorì gli imputati, sottraendolo all’attenzione dei cittadini torinesi e creando numerosi ostacoli agli avvocati (3 avvocati di parte civile, 21 avvocati tra Torino, Napoli e Roma a difesa degli imputati), sia per vedere le schede, sia per seguire le udienze. La costituzione di parte civile. La vicenda della corruzione e schedature Fiat fu uno dei primi casi nei quali il tribunale permise non solo ai singoli lavoratori, ma anche ai sindacati di costituirsi parti civili nel processo, contribuendo a fornire ai giudici importanti elementi di prova. Interrogazioni parlamentari. Il 29 ottobre 1971 Lotta continua riportò la notizia di interrogazioni parlamentari presentate dal Pci, Mpl, Manifesto, Psi al sottosegretario e al ministro Donat-Cattin. Il governo rispose di non sapere niente. La città deve sapere. Il 13 novembre 1971 al teatro Alfieri tutte le diverse organizzazioni politiche e sindacali di Torino si riunirono in un’unica manifestazione sotto il drappo rosso: “La città deve sapere”. Anche se l’inchiesta era stata aperta diversi mesi prima c’è una forte omertà nei mezzi di comunicazione. La città, di fatto, fu ufficialmente informata dello scandalo quando il processo era stato già trasferito a Napoli. Lotta continua. Il giornale rese noti in una conferenza i primi nomi di poliziotti e carabinieri che figuravano sul libro-paga Fiat, sottolineando che non si trattava solo di spionaggio aziendale, ma di una sistematica corruzione di forze dell’ordine. Fu denunciato il silenzio degli organi di informazione sulla vicenda. Gli autori poterono contare su fonti interne tra i dipendenti Fiat, fonti giudiziarie e fonti politiche: riportarono anche la notizia di un “vertice” in agosto ad Antagnod, paesino della Val d’Aosta, tra il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, Giovanni Agnelli e il procuratore generale di Torino, Giovanni Colli. Le sentenze. Il 20 febbraio 1978 il processo a carico di 77 imputati si chiuse con sentenza del tribunale di Napoli: furono condannati quasi tutti gli imputati, corruttori e corrotti. L’11 luglio 1979 la corte d’appello di Napoli confermò la sentenza di primo grado, ma i reati furono quasi tutti estinti per prescrizione. Testo integrale: http://www.bibliotecamarxista.org/lottacontinua/agn_paura_e_paga_quest.htm

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