cartabianca #1

Il mensile “Cartabianca”, della neonata galleria d’avanguardia romana L’Attico di Fabio Sargentini, si distinse come il più rilevante caso di strumento organico ad una sede espositiva e commerciale privata. Dal marzo del 1968 al maggio dell’anno successivo: cinque numeri in tutto a loro volta distinti in due serie – una, comprendente i primi tre fascicoli, diretta da Alberto Boatto; l’altra seguita da Adele Cambria – tra loro sensibilmente differenti per impostazione e genere di problematiche affrontate. Con l’avvento del ’68, “Cartabianca”, seppe giocare d’anticipo sulle contemporanee pubblicazioni, tentando per prima di dare organicamente voce alle problematiche e alle istanze di una critica oramai sempre più volta alla politicizzazione delle proprie tematiche e del proprio lessico. Se negli esempi coevi di riviste d’arte, come “Bit”, la tendenza diffusa era quella di proporre, quasi senza mediazioni, bollettini rivendicativi e programmatici del movimento studentesco e di quelli che, di lì a poco, si sarebbero organizzati in gruppi extraparlamentari, la rivista romana tentava per prima di porre in discussione quanto di nuovo stava succedendo in Italia e all’estero e sulle conseguenti implicazioni nel mondo dell’arte.

Text: Argan Giulio Carlo, Menna Filiberto et al. cm 21×29; pp. 32; BW ills.; staple binding. Publisher: Galleria l’Attico, Roma, 1968.

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Il mensile “Cartabianca”, della neonata galleria d’avanguardia romana L’Attico di Fabio Sargentini, si distinse come il più rilevante caso di strumento organico ad una sede espositiva e commerciale privata. Dal marzo del 1968 al maggio dell’anno successivo: cinque numeri in tutto a loro volta distinti in due serie – una, comprendente i primi tre fascicoli, diretta da Alberto Boatto; l’altra seguita da Adele Cambria – tra loro sensibilmente differenti per impostazione e genere di problematiche affrontate. Con l’avvento del ’68, “Cartabianca”, seppe giocare d’anticipo sulle contemporanee pubblicazioni, tentando per prima di dare organicamente voce alle problematiche e alle istanze di una critica oramai sempre più volta alla politicizzazione delle proprie tematiche e del proprio lessico. Se negli esempi coevi di riviste d’arte, come “Bit”, la tendenza diffusa era quella di proporre, quasi senza mediazioni, bollettini rivendicativi e programmatici del movimento studentesco e di quelli che, di lì a poco, si sarebbero organizzati in gruppi extraparlamentari, la rivista romana tentava per prima di porre in discussione quanto di nuovo stava succedendo in Italia e all’estero e sulle conseguenti implicazioni nel mondo dell’arte.