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Il glorioso Alberto

Uno dei celebri reportage sociali del fotografo Ferdinando Scianna, dei primi anni ’70. Una inchiesta fotografica, corredata da un testo di Annabella Rossi, sul “miracolo” di Alberto, che nel salernitano, dopo la sua morte, entra quotidianamente nel corpo della zia Giuseppina. Una suggestione popolare, un rito arcano, atavico e misterioso del mondo, indagato nei suoi fatti e nei suoi semplici protagonisti dall’occhio magico del fotografo siciliano. “Gesti e parole eseguiti da maghi che fanno nascere speranze, spesso certezze, nelle persone che, nelle città e nella campagna, si rivolgono a questi ultimi portatori della magia popolare, annidati nei vicoli di Forcella a Napoli, alla Kalsa di Palermo, nelle fasce extraurbane di Roma, Torino, Milano e ovunque dove c’è miseria, dove quindi il bisogno di aiuto e di conforto si articola in maniera ben diversa da quello della borghesia, che cerca aiuti individuali negli studi degli astrologi e dei guaritori alla moda. Ogni giorno a Serradarce, nel Salernitano, davanti ad alcune centinaia di persone, opera il defunto Alberto, il più grande e famoso guaritore del Mezzogiorno, adorato dalle masse dei miseri e perseguitato dalla chiesa con la qualifica di «strega» e di «fattucchiera»». Gli attributi che lo qualificano sia positivamente sia negativamente-Glorioso, Santo, Beato, strega, fattucchiera, imbroglionasono anche di genere femminile perché Alberto, fisicamente parlando, è una donna, Giuseppina Gonnella, di cinquantasettanni, analfabeta, madre di famiglia, che da quattordici anni è la protagonista del fenomeno Alberto. Alberto, un ragazzo di 18 anni, morto nel 1956, entra quotidianamente nel corpo della zia Giuseppina per comunicare con la gente. Alberto Gonnella muore il 26 ottobre 1956 in seguito ad un incidente provocato da uno zio, fratello di Giuseppina, durante la manovra di un camion; la sciagura crea forti tensioni in famiglia, soprattutto tra il padre del ragazzo e l’uccisore. Dopo tre giorni dalla morte di Alberto, mentre la salma si trovava nella camera mortuaria del cimitero in attesa dei nulla osta per la sepoltura, Giuseppina, che era andata in visita di condoglianze dai genitori del defunto, all’ora della morte del nipote, esattamente alle 8,36 fu presa da dolori alle gambe che la paralizzarono. Venne fatta distendere sul letto di Alberto, dove rimase fino all’indomani, quando il padre del defunto espresse il dubbio che essa non stesse male ma fosse posseduta dallo spirito dei figlio. Giuseppina allora incominciò a parlare come se fosse Alberto di cose alle quali solo il giovane aveva assistito; disse che la sua salma non si era decomposta ed espresse il proprio disappunto perché i parenti gli si erano avvicinati tappandosi il naso con il fazzoletto. Dato che il padre mostrava incredulità per tale incarnazione, sebbene fosse stato proprio lui in un primo tempo ad ipotizzarla, Alberto, sempre tramite la zia, parlò di un basco che si doveva trovare sotto il sedile dei camion che lo aveva ucciso, e il basco fu realmente trovato. Questo bastò per convincere tutti che Alberto era entrato nel corpo della zia e da quel giorno la vita di Giuseppina incominciò a svolgersi su due binari: quello della sua normale esistenza e quello magico della incarnazione del nipote. L’evento si diffuse e la gente incominciò a recarsi da Giuseppina per chiedere consigli, per risolvere malattie diverse, per farsi togliere malocchi e fatture.”

Text: Rossi Annabella. cm 20×20; pp. 72; BW ills.; paperback. Publisher: Editphoto, Milano, 1971.

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Uno dei celebri reportage sociali del fotografo Ferdinando Scianna, dei primi anni ’70. Una inchiesta fotografica, corredata da un testo di Annabella Rossi, sul “miracolo” di Alberto, che nel salernitano, dopo la sua morte, entra quotidianamente nel corpo della zia Giuseppina. Una suggestione popolare, un rito arcano, atavico e misterioso del mondo, indagato nei suoi fatti e nei suoi semplici protagonisti dall’occhio magico del fotografo siciliano. “Gesti e parole eseguiti da maghi che fanno nascere speranze, spesso certezze, nelle persone che, nelle città e nella campagna, si rivolgono a questi ultimi portatori della magia popolare, annidati nei vicoli di Forcella a Napoli, alla Kalsa di Palermo, nelle fasce extraurbane di Roma, Torino, Milano e ovunque dove c’è miseria, dove quindi il bisogno di aiuto e di conforto si articola in maniera ben diversa da quello della borghesia, che cerca aiuti individuali negli studi degli astrologi e dei guaritori alla moda. Ogni giorno a Serradarce, nel Salernitano, davanti ad alcune centinaia di persone, opera il defunto Alberto, il più grande e famoso guaritore del Mezzogiorno, adorato dalle masse dei miseri e perseguitato dalla chiesa con la qualifica di «strega» e di «fattucchiera»». Gli attributi che lo qualificano sia positivamente sia negativamente-Glorioso, Santo, Beato, strega, fattucchiera, imbroglionasono anche di genere femminile perché Alberto, fisicamente parlando, è una donna, Giuseppina Gonnella, di cinquantasettanni, analfabeta, madre di famiglia, che da quattordici anni è la protagonista del fenomeno Alberto. Alberto, un ragazzo di 18 anni, morto nel 1956, entra quotidianamente nel corpo della zia Giuseppina per comunicare con la gente. Alberto Gonnella muore il 26 ottobre 1956 in seguito ad un incidente provocato da uno zio, fratello di Giuseppina, durante la manovra di un camion; la sciagura crea forti tensioni in famiglia, soprattutto tra il padre del ragazzo e l’uccisore. Dopo tre giorni dalla morte di Alberto, mentre la salma si trovava nella camera mortuaria del cimitero in attesa dei nulla osta per la sepoltura, Giuseppina, che era andata in visita di condoglianze dai genitori del defunto, all’ora della morte del nipote, esattamente alle 8,36 fu presa da dolori alle gambe che la paralizzarono. Venne fatta distendere sul letto di Alberto, dove rimase fino all’indomani, quando il padre del defunto espresse il dubbio che essa non stesse male ma fosse posseduta dallo spirito dei figlio. Giuseppina allora incominciò a parlare come se fosse Alberto di cose alle quali solo il giovane aveva assistito; disse che la sua salma non si era decomposta ed espresse il proprio disappunto perché i parenti gli si erano avvicinati tappandosi il naso con il fazzoletto. Dato che il padre mostrava incredulità per tale incarnazione, sebbene fosse stato proprio lui in un primo tempo ad ipotizzarla, Alberto, sempre tramite la zia, parlò di un basco che si doveva trovare sotto il sedile dei camion che lo aveva ucciso, e il basco fu realmente trovato. Questo bastò per convincere tutti che Alberto era entrato nel corpo della zia e da quel giorno la vita di Giuseppina incominciò a svolgersi su due binari: quello della sua normale esistenza e quello magico della incarnazione del nipote. L’evento si diffuse e la gente incominciò a recarsi da Giuseppina per chiedere consigli, per risolvere malattie diverse, per farsi togliere malocchi e fatture.”