Macondo. La storia del ‘luogo magico’ di Milano, nel racconto del suo principale protagonista

Macondo è il racconto veritiero delle avventure e disavventure di un locale milanese (Macondo, appunto), raccolto dalla voce del suo principale artefice, Mauro Rostagno (1942-1988). Il racconto di Rostagno – 2 intere giornate su dieci cassette – è stato poi elaborato dal giornalista Claudio Castellacci. Macondo, che visse tra il 1977 e il 1978, è da lungo tempo entrato nella mitologia “alternativa” milanese e del movimento del ’77. Rostagno, reduce dalle esperienza di Lotta Continua, scioltasi al congresso di Rimini del 1976, mise in piedi con altri tredici soci una cooperativa per gestire Macondo. Il locale, che prendeva il nome dalla terra immaginaria del celebre “Cent’Anni di Solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, ospitava un ristorante, un bar, un mercato dell’usato e strutture per incontri, mostre ed iniziative culturali (famosi il convegno su “L’Arte di Arrangiarsi” e l’asta “Svendita del ’68”). Frequentato da un pubblico numeroso e “trasversale” (freaks, militanti ma anche borghesi con simpatie “alternative”), incappò nella giustizia dopo la diffusione di facsimili pubblicitari di biglietti delle linee milanesi con la scritta “Vale uno spino” e “Ce l’hai un filtro?”. Questo diede il via a perquisizioni, denunce, arresti, l’incriminazione per reati collegati all’uso di stupefacenti e la chiusura di Macondo. Il racconto è completato da brani dalla stampa dell’epoca, divisa tra condanna (L’unità) e difesa (come Alfredo Todisco sul “Corriere della Sera”), gli attestati di solidarietà di intellettuali (Dario Fo e Franca Rame, Marco Boato, la rivista Re Nudo), una serie di testimonianze ed infine la sentenza del Tribunale che condannava i soci a tre mesi con sospensione della pena per avere permesso il consumo di sostanze illegali nel locale. Dopo la riapertura Rostagno si trasferì in India per seguire Bhagwan Shree Rajneesh e il locale passò ad Andrea Valcarenghi, che lo fece diventare un centro di meditazione e ristorante, e ne cambiò il nome in “Vivek”.

Text: Rostagno Mauro, Castellacci Claudio. cm 13,5×21; pp. 192; 32 BW ills.; paperback. Publisher: Sugarco Edizioni, Milano, 1978.

ID: 17033

Product Description

Macondo è il racconto veritiero delle avventure e disavventure di un locale milanese (Macondo, appunto), raccolto dalla voce del suo principale artefice, Mauro Rostagno (1942-1988). Il racconto di Rostagno – 2 intere giornate su dieci cassette – è stato poi elaborato dal giornalista Claudio Castellacci. Macondo, che visse tra il 1977 e il 1978, è da lungo tempo entrato nella mitologia “alternativa” milanese e del movimento del ’77. Rostagno, reduce dalle esperienza di Lotta Continua, scioltasi al congresso di Rimini del 1976, mise in piedi con altri tredici soci una cooperativa per gestire Macondo. Il locale, che prendeva il nome dalla terra immaginaria del celebre “Cent’Anni di Solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, ospitava un ristorante, un bar, un mercato dell’usato e strutture per incontri, mostre ed iniziative culturali (famosi il convegno su “L’Arte di Arrangiarsi” e l’asta “Svendita del ’68”). Frequentato da un pubblico numeroso e “trasversale” (freaks, militanti ma anche borghesi con simpatie “alternative”), incappò nella giustizia dopo la diffusione di facsimili pubblicitari di biglietti delle linee milanesi con la scritta “Vale uno spino” e “Ce l’hai un filtro?”. Questo diede il via a perquisizioni, denunce, arresti, l’incriminazione per reati collegati all’uso di stupefacenti e la chiusura di Macondo. Il racconto è completato da brani dalla stampa dell’epoca, divisa tra condanna (L’unità) e difesa (come Alfredo Todisco sul “Corriere della Sera”), gli attestati di solidarietà di intellettuali (Dario Fo e Franca Rame, Marco Boato, la rivista Re Nudo), una serie di testimonianze ed infine la sentenza del Tribunale che condannava i soci a tre mesi con sospensione della pena per avere permesso il consumo di sostanze illegali nel locale. Dopo la riapertura Rostagno si trasferì in India per seguire Bhagwan Shree Rajneesh e il locale passò ad Andrea Valcarenghi, che lo fece diventare un centro di meditazione e ristorante, e ne cambiò il nome in “Vivek”.

×