Puerto Rican Light (Cueva Vientos), a new Dia Art Foundation commission by Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla, is situated in a natural limestone cave system near the southern coast of Puerto Rico. This long-term site-specific work integrates the journey to the site as part of the viewer’s engagement. The companion publication eschews the traditional catalogue in favor of gathering contemporary scholarship on the issues surrounding the project. It pairs photographs of the journey to and from the site with newly commissioned texts, acting as both artist’s book and scholarly compilation. Political theorist Franco “Bifo” Berardi, novelist Juan López Bauzá, philosopher Timothy Morton, architectural historian Spyros Papapetros and anthropologist Michael Taussig contribute, among others.

This volume celebrates the exciting new work of Allora & Calzadilla, who are representing the United States in the 54th Venice Biennale. The artistic collaborative of Jennifer Allora and Guillermo Calzadilla’s exhibition at the Venice Biennale, titled Gloria, comprises six new works developed partly in response to the U.S. Pavilion site. Combining performance, sculpture, video, and sound elements, the works use poetic shock and unexpected juxtaposition to reflect upon competitive enterprises such as the Olympic Games, international commerce, the military industrial complex and even the Biennale itself. The result is a series of artistic experiments that explore the nature of physical, visual, and audible experience. This publication documents Allora & Calzadilla’s exhibition in the U.S. Pavilion, including a plates section displaying images of the works as they are installed in Venice as well as documentation of performances by professional athletes affiliated with U.S.A. Gymnastics and U.S.A. Track and Field. Essays by exhibition curator, U.S. Commissioner Lisa Freiman, and art historians Carrie Lambert-Beatty and Yates McKee explore the themes addressed in Gloria and place Allora & Calzadilla’s works within a larger art historical and social context.

L’evasione impossibile ha attraversato con grande forza il ciclo di movimenti tra il ’68 e il ’77. Libro di culto per la generazione degli anni ’70, ormai introvabile, aggiunge all’interesse per le autobiografie esemplari quello dell’analisi distaccata nei confronti di nodi impresentabili – e quindi rimossi – per la sinistra; come la violenza e il carcere. È il racconto della nascita e del percorso di quel gruppo che attraversò i fugaci onori della cronaca alla fine degli anni ’60 come “banda Cavallero” una banda di rapinatori di banche, nata per autofinanziare un’improbabile rivoluzione, e che aveva mantenuto per anni la propria salvaguardia evitando qualsiasi rapporto con la malavita. Un’anomalia che ne fece allora una leggenda. Prefazione di Pio Baldelli

L’evasione impossibile ha attraversato con grande forza il ciclo di movimenti tra il ’68 e il ’77. Libro di culto per la generazione degli anni ’70, ormai introvabile, aggiunge all’interesse per le autobiografie esemplari quello dell’analisi distaccata nei confronti di nodi impresentabili – e quindi rimossi – per la sinistra; come la violenza e il carcere. È il racconto della nascita e del percorso di quel gruppo che attraversò i fugaci onori della cronaca alla fine degli anni ’60 come “banda Cavallero” una banda di rapinatori di banche, nata per autofinanziare un’improbabile rivoluzione, e che aveva mantenuto per anni la propria salvaguardia evitando qualsiasi rapporto con la malavita. Un’anomalia che ne fece allora una leggenda. Prefazione di Pio Baldelli

L’evasione impossibile ha attraversato con grande forza il ciclo di movimenti tra il ’68 e il ’77. Libro di culto per la generazione degli anni ’70, ormai introvabile, aggiunge all’interesse per le autobiografie esemplari quello dell’analisi distaccata nei confronti di nodi impresentabili – e quindi rimossi – per la sinistra; come la violenza e il carcere. È il racconto della nascita e del percorso di quel gruppo che attraversò i fugaci onori della cronaca alla fine degli anni ’60 come “banda Cavallero” una banda di rapinatori di banche, nata per autofinanziare un’improbabile rivoluzione, e che aveva mantenuto per anni la propria salvaguardia evitando qualsiasi rapporto con la malavita. Un’anomalia che ne fece allora una leggenda. Prefazione di Pio Baldelli

Il volume interroga la scena del lungo Sessantotto in Italia all’incrocio tra sperimentazioni artistiche e politiche dei movimenti, alla ricerca di questioni che ancora assediano e turbano il presente. Questioni esplose allora, relative alla comunità, all’ibridazione disciplinare, ai processi di soggettivazione, alla relazione tra creazione e produzione sono tuttora dominanti nella prassi discorsiva e artistica della performance. Un laboratorio italiano radicale, inventivo e non privo di contraddizioni, qui prende corpo attraverso temi e percorsi che hanno avuto la loro prima emersione negli anni Sessanta e sono venuti radicandosi e precisandosi nei Settanta, in quella forma-performance che deflagrava nello spazio delle lotte. Nel vivo delle geografie, degli ambienti, degli ecosistemi relazionali, il volume restituisce la dimensione complessa della performance come campo di produ­zione del comune. In fiamme è costruito come un oggetto a più dimensioni e polifonico, che assembla diverse temporalità e voci di artiste/i, studiose/i, attiviste/i, muoven­dosi tra teorie e pratiche, tra scritture e materialità delle immagini. Frutto del lavoro del gruppo di ricerca di INCOMMON, è un archivio vivo di parole e gesti che si riattiva al presente, aprendo nuove traiettorie di lettura storica e insieme di teoria critica contemporanea. Con testi di Ilenia Caleo, Piersandra Di Matteo, Annalisa Sacchi, Toni Negri, Marco Baravalle, Lorenzo Mango, Maurizio Lazzarato, Alessandro Pontremoli, Stefano Tomassini, Franco Berardi Bifo, Gianni Manzella, Lucia Farinati, Marco Solari, Francesca Corona, Giorgio Barberio Corsetti, Riccardo Caporossi,

“Antologia, curata da Angelo Pezzana, di articoli dai primissimi numeri (1971-1974) di “Fuori!”, la prima rivista italiana legata all’omonimo movimento di liberazione gay degli anni Settanta. È straordinario l’entusiasmo che trasuda da tutti gli interventi, generato un po’ dall’euforia di essere finalmente riusciti ad abbattere la barriera che aveva fatto fallire fin lì tutti i tentativi di creare un movimento omosessuale nella cattolicissima Italia, e un po’ dalla generosa illusione secondo cui la condizione omosessuale stava per cambiare in modo “rivoluzionario” entro pochi anni. Il passare del tempo avrebbe imposto una maggiore quanto sana prudenza, ma avrebbe anche spento molti entusiasmi, che oggi non ci farebbero per niente male… Insomma, quest’antologia restituisce “dall’interno” il clima di un momento unico e irripetibile. Il libro inizia con una breve storia della nascita del movimento gay italiano, e propone una serie di interventi teorici, mirati principalmente al primo obiettivo del neonato movimento: la sinistra marxista rivoluzionaria (e maschilista e omofoba). A questo tema è dedicato un intero capitolo, il quarto (“La sinistra e l’omosessualità”, pp. 91-100). Per i più giovani aggiungo che la vignetta in copertina è una provocatoria caricatura di Marx ed Engels che si tengono allusivamente per mano… Altro bersaglio polemico, nel capitolo 2 (pp. 61-77), è la psicoanalisi, molto ascoltata allora, che liquidava l’omosessualità come perversione da curare. E non solo la psicoanalisi ufficiale, ma anche quella “di sinistra”, di gran moda allora, come quella di Wilhelm Reich (è qui riedito il celebre attacco Contro Reich di Angelo Pezzana, pp. 73-77). Due degli interventi di questo capitolo, uno dei quali a firma Domenico Tallone, raccontano della contestazione del neonato Fuori! al Convegno di sessuologia di Sanremo del 1972, atto di nascita del movimento gay in Italia. Il sesto capitolo (pp. 129-153) è dedicato alla formazione dei collettivi gay e alla loro pratica; uno di essi, per il collettivo di Milano (che entro breve si sarebbe trasformato in COM), è firmato da Corrado Levi; un altro, teorico, da Fernanda Pivano, “compagna di viaggio” del primissimo movimento gay. Il cap. 7, dedicato a “Lesbismo e femminismo” (pp. 153-177) ha le firme di Mariasilvia Spolato, Stefania Sala, Anna Siciliano. Segnalo Femminismo e omosessualità maschile (pp. 167-176), di Stefania Sala, sullo scontro fra le esigenze di liberazione delle donne lesbiche e la fallocrazia del mondo omosessuale maschile. Il cap. 9, infine, raccoglie il punto di vista di un’altra “compagna di strada” eterosessuale, Myriam Cristallo, che avrebbe poi raccontato e riflettuto di questa esperienza in un libro. Fra gli altri interventi segnalo infine: Spacca-Napoli e buca-culi (pp. 50-61), di Enzo Moscato (che negli anni successivi sarebbe diventato celebre per i suoi spettacoli), una bella analisi dei ruoli tradizionali omosessuali (e dei loro seri limiti) nella Napoli popolare; Anche dall’ombelico in su, di Francis Padovani, denuncia della povertà dei rapporti solo sessuali consumati senza neppure conoscersi; E a scuola? di Alfredo Cohen (pp. 117-121); Travestirsi e fare la rivoluzione, di Monica Galdino Giansanti (pp. 177-187), testimonianza di un travestito, prostituto, non transessuale. Il resto del libro è dedicato a interventi teorici, oggi di interesse più che altro storico.” https://www.culturagay.it/recensione/11060

“Sognavamo una scienza del combattimento, eravamo convinti che la sperimentazione potesse diventare una forma del politico, materializzando nell’estetica la questione sociale.” ”Navigavamo tra Marx e Freud, maledivamo le guerre coloniali locali e l’imperialismo nordamericano, sognando le gelaterie dell’Havana. Intanto la cibernetica – così amata dal Club di Roma – mutava l’ordine generale delle cose promuovendo una nuova metafisica. Nella mondializzazione – come allora era chiamata la globalizzazione – aleggiava una nuova eugenetica che stava riscrivendo la relazione tra il vivente e la vita. L’ho capito con i capelli bianchi, avevamo l’immobilità dei viaggiatori sul marciapiede di una stazione al passaggio di un treno”.   Gianni-Emilio Simonetti è un artista che sfugge a categorie precostituite, anche a quelle della storia dell’arte. Protagonista negli anni Sessanta della “controinformazione” con la casa editrice ED912, non ha mai accettato l’idea che questa forma di comunicazione possa essere intesa come “verità” in contrapposizione alla “comunicazione” (di massa), ma, paradossalmente, ha dichiarato che in realtà la “controinformazione non esiste”, anzi “non può essere”. È una negazione che è al centro delle pratiche Fluxus, di cui è invece certamente stato, ed è tuttora, un protagonista.

Edizione prodotta dalla galleria AF GALLERY, Bologna in occasione della mostra dell’artista da aprile a giugno 2021.

55 copie numerate e firmate.

“Sognavamo una scienza del combattimento, eravamo convinti che la sperimentazione potesse diventare una forma del politico, materializzando nell’estetica la questione sociale.” ”Navigavamo tra Marx e Freud, maledivamo le guerre coloniali locali e l’imperialismo nordamericano, sognando le gelaterie dell’Havana. Intanto la cibernetica – così amata dal Club di Roma – mutava l’ordine generale delle cose promuovendo una nuova metafisica. Nella mondializzazione – come allora era chiamata la globalizzazione – aleggiava una nuova eugenetica che stava riscrivendo la relazione tra il vivente e la vita. L’ho capito con i capelli bianchi, avevamo l’immobilità dei viaggiatori sul marciapiede di una stazione al passaggio di un treno”.   Gianni-Emilio Simonetti è un artista che sfugge a categorie precostituite, anche a quelle della storia dell’arte. Protagonista negli anni Sessanta della “controinformazione” con la casa editrice ED912, non ha mai accettato l’idea che questa forma di comunicazione possa essere intesa come “verità” in contrapposizione alla “comunicazione” (di massa), ma, paradossalmente, ha dichiarato che in realtà la “controinformazione non esiste”, anzi “non può essere”. È una negazione che è al centro delle pratiche Fluxus, di cui è invece certamente stato, ed è tuttora, un protagonista.

Edizione prodotta dalla galleria AF GALLERY, Bologna in occasione della mostra dell’artista da aprile a giugno 2021.

Tiratura: 300 copie numerate di cui → da 1 a 55 firmate dall’artista

Fino a che punto possono essere considerati infantili e innocenti personaggi come Paperino, Zio Paperone, Topolino, Pippo e tutti gli altri protagonisti del mondo Disney? Il critico letterario Ariel Dorfman e il sociologo Armand Mattelart rivelano il sottotesto ideologico delle strisce a fumetti più lette e famose del mondo. Pubblicato in Cile nei primissimi anni settanta e rimasto a lungo sotto censura durante la dittatura di Pinochet, Come leggere Paperino mostra come, in maniera tutt’altro che ingenua, l’universo Disney sia espressione dell’imperialismo culturale americano e manifesto della vittoria del sistema capitalista. La vita a Paperopoli e Topolinia si svolge all’interno di un’utopia borghese in cui i rapporti sociali sono consolidati e irremovibili. E allora, nelle intenzioni degli autori, capire “come leggere Paperino” significa rifiutarsi di “inghiottire e digerire la propria condizione di sfruttamento”, impedire all’imperialismo e all’ideologia borghese di esercitare una sottile, e per questo tanto più pericolosa, forma di monopolio sulle idee e sui sentimenti.

Franco Vimercati (1940-2001) è stato un artista meticoloso e schivo, interprete della natura silenziosa e ripetitiva del reale. Il suo interesse è sempre stato rivolto all’analisi di oggetti di uso quotidiano, come una bottiglia di acqua minerale, un ferro da stiro, una zuppiera, e alla composizione e scomposizione di una scena, ripetutamente assemblata secondo le necessità dell’occhio fotografico. Ma quella di Franco Vimercati non è una fotografia di oggetti. Piuttosto è una fotografia di eventi, di metamorfosi minimali e marginali, di avvenimenti che sfuggono al controllo. Non un catalogo di cose ma un archivio del tempo. Non si tratta di perpetuare con l’atto fotografico ciò che è avvenuto una sola volta ed è irreversibile, ma di dilatare e moltiplicare gli stati del tempo, per cui non c’è mai un fare ma sempre e solo un rifare. Senza inizio né fine. Senza progressione né arresto, ma come ripetizione di ciò che preesiste, come un continuo differire nell’uguale. Sarà un caso, allora, che un raffinato osservatore come Ghirri vedesse in Vimercati non solo l’autore per eccellenza di un “tempo illimitato e dilatato” ma anche lo strenuo sostenitore di una “dinamica dell’inanimato”? Il volume è stato pubblicato in occasione della mostra “Franco Vimercati. Un minuto”, a cura di Marco Scotini alla Galleria Raffaella Cortese, Milano. Raccoglie un’ampia selezione delle sue opere e interventi di Paolo Fossati, Luigi Ghirri, Elio Grazioli, Javier Hontoria, Angela Madesani, Simone Menegoi e Marco Scotini.

A cura di Marco Tonelli. Comitato scientifico: Vittorio Brandi Rubiu e Fabio Sargentini. Pino Pascali, nato a Bari nel 1935, durante la sua breve attivit di scultore, ha prodotto non pi di 149 opere, molte delle quali costituiscono delle vere e proprie icone dell’arte italiana del XX secolo. Il giorno della sua scomparsa (l’11 settembre del 1968) coincise anche col momento del suo pi grande riconoscimento pubblico (la Sala personale della Biennale di Venezia e l’assegnazione postuma del Gran Premio di Scultura) e da allora in avanti intorno alla sua figura si depositato una sorta di alone mitico.

“E allora ti ritrovi con la reflex in mano e scatti, per lo più da lontano, quasi nascosto, per lo più con il 28 mm; scatti perché scorra un nesso tra un’emozione e un’esistenza condotta; scatti perché senti come particolarmente rilevante memorizzare quell’insolita dimensione creata da una singola vita umana… E così è stato anche per Michele De Lucchi. Il suo essere architetto, designer, tutte le volte che lo ho incontrato mi ha sempre sorpreso per la gravità con la quale interpreta il fatto di esistere, anche quando sorride e si liscia la lunga barba.” (Giuseppe Varchetta). La barba sempre presente, l’elemento luce nel suo processo creativo, il ruolo della scrittura, l’insegnamento, i compagni di viaggio: sono alcune delle diverse lenti attraverso le quali Giuseppe Varchetta filtra il mondo di Michele De Lucchi e lo ritrae, consegnando all’osservatore-spettatore una storia in cui fotografie e brevi testi formano la sintassi del racconto.

Yves Klein (Nizza, 1928 – Parigi 1962) sapeva di essere un rivoluzionario. Un guerriero dell’arte incline a sfidare le barriere della materia e del tempo per essere sempre “oltre” i limiti delle cose. Un cavaliere del Graal che a un’intensa spiritualità coniuga i tratti intrepidi e irriverenti di un Tintin. La sua opera sintetizza le esperienze artistiche della prima metà del Novecento e anticipa i temi fondativi delle avanguardie degli anni sessanta e settanta, abbattendo i confini dell’arte esistente e annunciando una nuova via. Rivoluzione blu, la chiamava, una svolta che avrebbe posto fine all’era della Materia e dato avvio all’era dello Spazio, di cui lui era l’auto-proclamato Messaggero, lui Paladino e Proprietario del colore (il blu Klein appunto), Yves le Monochrome, il Conquistador del vuoto. E allora i gesti eclatanti: la mostra “Le Vide”, esposizione di una galleria metafisicamente vuota, arte immateriale venduta a peso d’oro, da gettare nella Senna; la fotografia del Salto, che lo ritrae mentre si tuffa a volo d’angelo dal cornicione di un palazzo parigino, non nel vuoto ma verso il Vuoto. Non discesa ma ascesa dal mondo fisico a quello del puro spirito, raggiunto infine con una morte prematura, dopo sette anni di folgorante attività.

In una cultura segnata dal virtuale e dal rapido susseguirsi di nuovi media, che posto diamo alla superficie, espressione stessa di una sostanza fisica? Spazio di confine fra mondo interno ed esterno, soglia che separa il visivo dal tattile, la superficie è anche e soprattutto un luogo di relazioni materiali. Per scoprire la materialità delle immagini che popolano il contemporaneo e coglierne la portata, diventa allora indispensabile esplorare lo spazio di tali relazioni e il modo in cui vengono mediate attraverso stipi ilici che assumono di volta in volta le fattezze di una pelle, di un vestito, di uno schermo cinematografico o di una tela, fino ad arrivare ai monitor che dominano il nostro vivere quotidiano. Seguire il filo di questi incontri significa svelare la tessitura che compone il visuale e comprendere che l’immagine non è un mero elemento bidimensionale, ma qualcosa di poroso, un’epidermide che assorbe il tempo, un luogo in cui possono concretizzarsi forme di memoria e di trasformazione, un dispositivo che mette in contatto dimensioni spaziotemporali distanti. Ragionando a fondo sulle relazioni oggettuali tra arte, architettura, moda, design, cinema e nuovi media, Giuliana Bruno si interroga sul concetto di materialità e sulle sue molteplici manifestazioni. Superfici è un magistrale vagabondaggio nella cultura visuale contemporanea, una passeggiata che attraversa gli ambienti luminosi di artisti come Robert Irwin, James Turrell, Tacita Dean e Anthony McCall, tocca le superfici tattili degli schermi cinematografici di Isaac Julien, Sally Potter e Wong Kar-wai e viaggia attraverso la materialità delle pratiche architettoniche di Diller Scoficidio + Renfro e Herzog & de Meuron fino all’arte di Doris Salcedo e Rachel Whiteread, nelle quali la tensione di superficie dei media si tocca con mano. Una dissertazione che riesce a sfatare un mito, che la superficie sia un fatto superficiale.

Ben prima che la diffusione dei social network e dei mezzi di registrazione ci rendesse tutti potenziali archivisti, gli artisti contemporanei hanno ripensato le forme di catalogazione usando linguaggi e media a loro disposizione, spesso ispirandosi a compendi visivi e “musei portatili” di illustri antecedenti novecenteschi, come il Bilderatlas di Warburg e il museo immaginario di Malraux. Dall’atlante di Gerhard Richter, una collezione di migliaia di immagini utilizzate come fonti iconografiche per la pittura, all’album di Hanne Darboven, una monumentale cosmologia che condensa storia personale e memoria collettiva, al museo di Marcel Broodthaers, un sagace strumento di critica istituzionale, allo schedario di Hans Haacke, un mezzo di indagine e di impegno sociopolitico, il furore archivistico si è ormai impossessato della pratica artistica. Che dietro ogni slancio tassonomico ci sia desiderio di ordine, ricerca identitaria, insofferenza verso la tradizionale organizzazione della conoscenza e del potere o un mero horror vacui che spinge i disposofobici a realizzare dei veri santuari della banalità, alla base c’è sempre il bisogno di restituire una logica più profonda a relitti e tracce: prelevati, assemblati e reimmessi in un nuovo contesto, si caricano di un valore inatteso. Ecco allora che l’archivio non è più solo un cumulo inerte di documenti da cui scaturisce quel turbamento che Derrida associa al processo mnestico, ma diventa, in senso foucaultiano, un dispositivo critico capace di rigenerare le consuete logiche di salvaguardia, utilizzo e diffusione del sapere, di riattivare la memoria e la coscienza politica. In quest’ottica, l’artista diventa attore primario del cambiamento sociale e culturale. Cristina Baldacci ripercorre in questo volume la lunga e articolata storia dell’interesse per la pratica archivistica ricomponendo il ricco mosaico dei ruoli e dei significati che l’archivio ha assunto nel corso del tempo e la sua rilevanza come opera d’arte, quindi come sistema classificatorio atipico e, per certi versi, impossibile.

Il volume ripropone la mostra intitolata “Opera o comportamento”, allestita nel 1972 in un’ala del Padiglione Centrale alla Biennale di Venezia, durante la 36esima edizione. Renato Barilli spiega nei testi accolti la vitalità di quell’evento e l’interesse per la sua riproposizione. Il volume accoglie le interviste a Franco Vaccari e Angelo Bacci, le opere degli artisti che allora esposero – Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Mario Merz, Germano Olivotto, Franco Vaccari -, un repertorio fotografico dell’epoca e una rassegna stampa con articoli degli anni 1972-1976.

Un’importante opera prima sull’arte culinaria dal più prestigioso ambasciatore della cucina italiana moderna. All’Osteria Francescana, il ristorante più blasonato d’Italia, lo chef Massimo Bottura trae spunto dall’arte contemporanea per realizzare piatti altamente innovativi che approfondiscono e reinterpretano le tradizioni culinarie italiane. Il suo stile ludico e dinamico gli è valso tre stelle Michelin e lo ha consacrato terzo miglior ristorante del mondo nella classifica dei World’s 50 Best Restaurants nel 2013 e nel 2014. Vieni in Italia con me si snoda lungo la sua carriera venticinquennale e rende omaggio ai suoi successi e all’evoluzione dell’Osteria Francescana. Composto da quattro capitoli, il libro contiene 48 ricette accompagnate da testi che svelano le ispirazioni, gli ingredienti e le tecniche di Bottura. Un percorso filosofico, nel quale lo chef ci introduce al concetto di Tradizione in evoluzione: ecco allora il bollito misto emiliano trasformarsi nello skyline minimalista di Central Park e l’ossobuco assumere i tratti essenziali di uno Ying Yang. Massimo Bottura è lo chef patron dell’Osteria Francescana, terza migliore tavola al mondo secondo il World’s 50 Best Restaurants. Cresciuto a Modena, sin da ragazzo manifesta uno spiccato interesse per la gastronomia che apprende osservando cucinare madre, nonna e zia. Nel 1986 abbandona gli studi di legge per aprire il suo primo ristorante; successivamente perfeziona la sua formazione lavorando per Alain Ducasse al Louis XV di Montecarlo e per Ferran Adrià a elBulli. Combinando gli antagonismi di queste due scuole, lo chef creerà una sua propria filosofia, tradizione in evoluzione, e aprirà nel 1995 l’Osteria Francescana.

Antologia a cura di Franco Farinelli Illustrazioni di Stefano Arienti Traduzione di Giuseppe Lucchesini “Fin dalla mia prima giovinezza ho provato un ardente desiderio di viaggiare in terre lontane e inesplorate. È un sogno questo che caratterizza quell’età in cui la vita ci appare come un orizzonte sconfinato, quando nulla ha per noi maggiore attrattiva dei forti turbamenti dell’anima e dell’immagine di pericoli concreti”. La Coruña: 5 giugno 1799, un giovane scienziato prussiano s’appresta a varcare l’Oceano Atlantico lasciandosi alle spalle non soltanto l’Europa ma il XVIII secolo. Fino ad allora i viaggi erano stati d’esplorazione, occasioni per allargare i confini del mondo conosciuto. La spedizione che Alexander von Humboldt compie insieme all’amico e botanico Aimé Bonpland termina nel 1804, dopo aver percorso buona parte delle tre Americhe (Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù, Cuba, Messico, per tornare poi in Europa dagli Stati Uniti) ed è, come scrive Franco Farinelli nell’introduzione, “il viaggio dei viaggi, nel senso che la sua forma ne riassume e comprende tutti i generi e tutti i modi: dal viaggio sentimentale a quello d’esplorazione, dal viaggio scientifico a quello letterario (…) per tale motivo, lo spazio americano viene definitivamente acquisito, finalmente depurato di ogni mito e credenza, dalla cultura europea”. Tornato in Europa raccoglie quest’esperienza, scientifica, intellettuale e naturalmente avventurosa, nei trenta volumi del Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent. L’antologia, a cura di Franco Farinelli, traccia un quadro esatto del personaggio e del viaggio ed è illustrata da Stefano Arienti.

Fin dalle avanguardie storiche gli artisti hanno compreso che il cinema è un medium importante per intensificare la loro ricerca estetica. I futuristi con “Il manifesto della cinematografia” (1916) hanno teorizzato e promosso un cinema che si affrancava dai “passatismi” del teatro e della letteratura per avvicinarsi alla musica e alla pittura. Da allora fino ai giorni nostri in Italia decine e decine di artisti hanno realizzato film e/o installazioni basate su immagini in movimento. Il volume racconta questa lunga storia, attraverso saggi, materiali storico-critici, opere filmiche fotografiche, pittoriche e un ricco apparato iconografico costituito da centinaia di illustrazioni.

Harald Szeemann’s 1969 legendary exhibition Live in Your Head: When Attitudes Become Form was one of the first shows to bring together new tendencies in 1960s art, such as postminimalism, Arte Povera, Land art and Conceptual art. While the exhibition has been widely discussed and researched, an investigation into its impact has never before been realized in an exhibition. This volume explores the history and myths around When Attitudes Become Form, gathering a group of artists that explore the legacy of Conceptual art. The catalogue follows the office-binder format of the 1969 publication, with newly commissioned essays, a previously unpublished interview with Szeemann by Jens Hoffman and essays and images from over 80 artists in the exhibition, including Allora and Calzadilla, Claire Fontaine, Elmgreen and Dragset, Lara Favaretto, Luisa Lambri and Tino Sehgal.

Cercherò di capire il nuovo artista, invece di dirgli cosa deve fare… Come al nuovo poeta, così al nuovo film-maker non interessa il consenso del pubblico. Il nuovo artista sa che quasi tutto ciò che si dice oggi pubblicamente è corrotto e distorto. Egli sa che la verità è altrove, non nel New York Times o nella Pravda. Egli sente che deve far qualcosa secondo la propria coscienza, deve ribellarsi contro la soffocante ragnatela di menzogne. Alcuni scrittori, sia qui che all’estero, hanno accusato il nuovo artista di nichilismo e anarchia. L’artista americano potrebbe cantare con lieta spensieratezza, senza disperazione nella voce, ma allora non rispecchierebbe se stesso né la Società e sarebbe un mentitore come tutti gli altri… (Jonas Mekas)

Situation–a unique set of conditions produced in both space and time and ranging across material, social, political, and economic relations–has become a key concept in twenty-first-century art. Rooted in artistic practices of the 1960s and 1970s, the idea of situation has evolved and transcended these in the current context of globalization. This anthology offers key writings on areas of art practice and theory related to situation, including notions of the site specific, the artist as ethnographer or fieldworker, the relation between action and public space, the meaning of place and locality, and the crucial role of the curator in recent situation specific art. In North America and Europe, the site-specific is often viewed in terms of resistance to art’s commoditization, while elsewhere situation-specific practices have defied institutions of authority. The contributors discuss these recent tendencies in the context of proliferating international biennial exhibitions, curatorial place-bound projects, and strategies by which artists increasingly unsettle the definition and legitimation of situation-based art.Artists surveyed include [from Ian 1/30]Vito Acconci, Allora & Calzadilla, Francis Alÿs, Carl Andre, Artist Placement Group, Michael Asher, Amy Balkin, Ursula Biemann, Bik Van der Pol, Daniel Buren, Victor Burgin, Janet Cardiff, Center for Land Use Interpretation, Adam Chodzko, Collective Actions, Tacita Dean, Elmgreen & Dragset, Andrea Fraser, Hamish Fulton, Dan Graham, Liam Gillick, Renée Green, Group Material, Douglas Huebler, Bethan Huws, Pierre Huyghe, Robert Irwin, Emily Jacir, Ilya Kabakov, Leopold Kessler, Július Koller, Langlands & Bell, Ligna, Richard Long, Gordon Matta-Clark, Graeme Miller, Jonathan Monk, Robert Morris, Gabriel Orozco, Walid Ra’ad, Raqs Media Collective, Paul Rooney, Martha Rosler, Allen Ruppersberg, Richard Serra, Situationist International, Tony Smith, Robert Smithson, Vivan Sundaram, Rirkrit Tiravanija, Lawrence Weiner, Rachel Whiteread, Krzysztof Wodiczko, Qiu Zhijie Writers include Arjun Appaduri, Marc Augé, Wim Beeren, Josephine Berry Slater, Daniel Birnbaum, Ava Bromberg, Susan Buck-Morss, Michel de Certeau, Douglas Crimp, Gilles Deleuze, T. J. Demos, Rosalyn Deutsche, Thierry de Duve, Charles Esche, Graeme Evans, Patricia Falguières, Marina Fokidis, Hal Foster, Hou Hanrou, Brian Holmes, Mary Jane Jacob, Vasif Kortun, Miwon Kwon, Lu Jie, Doreen Massey, James Meyer, Ivo Mesquita, Brian O’Doherty, Craig Owens, Irit Rogoff, Peter Weibel

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